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Bugatti: ecco i concept da sogno mai mostrati al pubblico

Sognare è sempre bello. Permette di materializzare nella nostra immaginazione cose e situazioni che nella vita reale, purtroppo, difficilmente potrebbero realizzarsi. Che si stia sognando ad occhi aperti o chiusi arriva però un momento in cui siamo costretti a ritornare con i piedi per terra e a riprendere le redini di ciò che la realtà ci impone.

Dev’essere stato questo ciò che in Bugatti è accaduto qualche anno fa, quando nel Centro Stile stavano prendendo forma in gran segreto modelli che di lì a poco sarebbero stati dimenticati. E’ un po’ ciò che succede in ogni Centro Stile, le idee abbondano, alcune vengono seriamente prese in considerazione ma davvero poche si traducono in qualcosa di concretamente realizzabile. Oggi, grazie alle immagini diffuse dalla stessa Bugatti, possiamo parlarvi di alcuni di questi sogni infranti su ruote.

Non solo Chiron, non solo motore centrale

Rembrandt e Atlantic, partiamo da loro due.
Nel 2015 la Chiron che tutti conosciamo, che in quel momento era nelle fasi culminanti del suo sviluppo, non era l’unica vettura che Bugatti pensava di inserire in gamma. La storia del marchio suggerisce infatti che in epoche ben più remote il suo target principale erano grandi GT di lusso, e la dirigenza aveva deciso di puntare anche su questo. Nascevano così in contemporanea due grandi coupè, che avrebbero esteso la gamma sia nella fascia sotto la Chiron sia (strano ma vero) anche in quella sopra.

Lei è la Bugatti Atlantic, concept car costruita e completata per essere presentata al concorso d’eleganza di Pebble Beach del 2015. Le intenzioni erano più che buone, con un anno e mezzo di sviluppo tecnico e stilistico per definire una vettura che avrebbe ricoperto una fascia di prezzo ben più bassa della Chiron e che sarebbe stata declinata anche in versione cabrio. Ad alimentarla non c’era dunque il pesante W16 ma un V8 biturbo o, in alternativa, un motore elettrico derivato da un’altra vettura allora in sviluppo, la Porsche Mission E.

Nonostante le forti somiglianze con la Chiron le linee sono di tutt’altro tipo, con la classica impostazione “tutto dietro” delle GT a motore anteriore e un impatto visivo di un’eleganza sopraffina. Non mancano dettagli in pieno stile Bugatti, come la calandra in alluminio ricavata da un’unico pezzo, il piano di carico posteriore interamente in pelle (e con tanto di valigie abbinate), o ancora le scenografiche portiere incernierate sul tetto.

Tutto stupendo, vero? Eppure, proprio quando mancava poco alla presentazione della vettura, lo scoppio di quella bomba chiamata Dieselgate scosse l’intero gruppo Volkswagen facendo temere il peggio, e il marchio Bugatti, il più fragile in quella mischia, ne risentì maggiormente. La Chiron era ormai pronta e troppi fondi erano stati investiti per poterla tagliare, e fu così scelto di cancellare la Atlantic, condannandola a restare un bellissimo sogno.

Esagerata, forse troppo

Le coupè erano due, come detto prima. Tuttavia, se la prima era un progetto ambizioso ma realizzabile la seconda era qualcosa che difficilmente avremmo potuto vedere in strada. Prendete la Atlantic, le sue proporzioni, l’heritage che porta dietro, ci siete? Bene, ora esageratene lo stile ai massimi livelli e aggiungete altri otto cilindri nel cofano. Ecco cosa doveva essere Bugatti Rembrandt, una super coupè con un W16 8.0 quadriturbo in posizione anteriore. Come sulla Chiron, anche qui il motore era esposto, poichè la moltitudine di radiatori previsti non sarebbero bastati a raffreddarlo, con un impatto scenico ineguagliabile.

Come scritto, questa vettura era pura fantascienza. Per realizzarla non ci si poteva infatti affidare ad alcun componente già esistente tra le auto del gruppo ma sviluppare da zero qualcosa di completamente nuovo, con investimenti altissimi e un prezzo finale per unità altrettanto alto, forse anche sopra ai 20 milioni di euro. Con la Chiron ancora in sviluppo e uno scandalo aziendale di inaspettate dimensioni alle porte, la Rembrandt vide inevitabilmente la sua fine prima ancora di essere nata.

Dove ci siamo già visti?

Per parlare dell’ultimo concept facciamo un salto indietro di qualche anno, quando la Chiron era una visione ancora lontana e a tenere alto il nome di Bugatti c’era solo la Veyron. Credereste mai che questo concept rosso, che tanto somiglia alla Divo del 2018, sia in realtà una Veyron? Ebbene sì, si chiamava Bugatti Veyron Barchetta, ed era uno dei primi studi interni per la costruzione di one-offs e serie limitate su base Veyron. Il programma fu presto abbandonato ed è stato ripreso solo qualche anno fa, con la costruzione di vetture quali Divo, La Voiture Noire e Centodieci sulla base della Chiron. Un gran peccato, soprattutto se pensiamo che avrebbe anticipato di molto la recente corsa alle scoperte senza parabrezza che ha visto sfidarsi a colpi di matita Pagani, Ferrari, McLaren e tra non molto anche Aston Martin.

Se dopo aver letto l’articolo queste immagini non vi hanno stupito, e vi hanno lasciato in bocca quel sapore di già visto, avete perfettamente ragione. Non è infatti difficile notare come gli stilemi della Rembrandt siano finiti pari pari su La Voiture Noire dello scorso Salone di Ginevra o, ancora, le linee del frontale della Veyron Barchetta siano esattamente quelle della Divo di due anni fa. Questi progetti furono infatti, ognuno per motivi diversi, ritenuti rischiosi o troppo costosi e non videro mai la luce, ma lo stile di ognuno di essi ha continuato ad ispirare i designer Bugatti per i modelli futuri tanto da essere ripreso quasi in toto.

Quel che resta di queste vetture è il rammarico per un bel sogno, costretto a rimanere tale.

Davide Invidia

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