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Mondo auto

Pininfarina Battista: orgoglio italiano o no?

Lo sappiamo tutti, il design italiano è morto da tempo. Non fraintendetemi, non è la classica affermazione qualunquista, il nostro paese sforna ancora validissime mani e altrettante valide creazioni, ma il design automotive come lo si intendeva un tempo qua in Italia, beh, quello è un altro discorso. Grandi nomi e atelier leggendari che uno dopo l’altro hanno visto il declino, chi con un fallimento e chi con un’acquisizione dai più disparati gruppi industriali che nulla hanno a che fare con la nostra Storia. Pininfarina è proprio uno di questi.

Una delle carrozzerie storiche del torinese, che ha dato vita nei decenni scorsi ad alcune delle più belle auto di sempre, ceduta ad un gruppo indiano (Mahindra, n.d.r.) dopo anni di fermo e nulla cosmico. Il motivo? E’ lo stesso per tutti: ogni casa ha ormai il proprio centro stile, e nell’ottica di una chiusura sempre più forte verso le influenze esterne ormai in pochi non si affidano ai propri stilisti interni per disegnare una vettura. Vien da sè che, tolto il pane a chi di pane sopravvive, viene meno tutto il resto. Ma è qui che il gruppo indiano tenta il rilancio: nel 2018 viene fondata la Automobili Pininfarina, con il proposito di ridare lustro allo storico nome costruendo auto esclusive, progettate ed assemblate nello stabilimento di Cambiano (TO).

Ed ecco che arriviamo alla nostra Battista: codice progetto è PF0, ovvero la prima vettura del brand. Presentata al Salone di Ginevra del 2019, si fregia del nome di Battista Farina, fondatore della Società Anonima Carrozzeria Pinin Farina. La base tecnica della vettura non è italiana, nè indiana, ma croata. Si tratta del telaio, completo di motori elettrici e batterie, della Rimac C_Two, hypercar elettrica presentata un anno prima con prestazioni esilaranti: 1900 CV, 2300 Nm di coppia, 0-100 km/h in meno di due secondi ed una velocità massima di oltre 400 km/h. Nonostante la Croazia non abbia una grande storia automobilistica alle spalle il brand Rimac è ad oggi uno dei più importanti nel panorama della mobilità elettrica, con accordi e investimenti miliardari con i maggiori gruppi mondiali per lo sviluppo, la produzione e la fornitura di batterie e motori elettrici per vetture ad alte prestazioni (tra queste, Aston Martin Valkyrie e Koenigsegg Regera). La base tecnica è quindi più che solida, forse una delle migliori sul campo, e ciò che Pininfarina ha fatto è stato, in sostanza, vestire con una pelle più “italiana” l’hypercar elettrica più veloce al mondo.

Possiamo dunque definire la Pininfarina Battista un’auto italiana? Beh, noi di Cento Ottani vi abbiamo spesso parlato del nostro concetto di auto italiana, pertanto non mi sento di definirla tale, o almeno non del tutto. Resta infatti una cosa da esaminare, che parlando di un nome come Pininfarina proprio non può essere lasciata da parte, ed è lo stile.

“Stile italiano significa senso della proporzione, semplicità e armonia di linee, sicchè quando è trascorso un tempo considerevole si può ancora notare qualcosa che risulta più vivo del ricordo della bellezza”

Pinin farina

E’ questa frase a trionfare su di un pannello in vetro quando si entra nella sala del museo dell’azienda. Una frase che ognuno di noi, quando ha di fronte un’auto italiana (degna di essere chiamata tale) dovrebbe leggere, per poi restare in silenzio. L’impressione che la Battista dà dal vivo è proprio quella che la frase cita. L’armonia e la pulizia delle sue linee sono qualcosa che ormai raramente si trova sulle hypercar moderne, infarcite di sfoghi, prese d’aria ed appendici che ne sporcano irrimediabilmente lo stile. La derivazione dalla cugina croata sarebbe inoltre impossibile da scoprire, se non ci fosse esplicitamente detto. I richiami ad altre vetture ci sono, specialmente alle sportive di Maranello, che agli stilisti Pininfarina deve mancare davvero tanto poter disegnare, ma il risultato complessivo è uno di quei design che vanno sempre più a scomparire, pulito, elegante e sportivo allo stesso tempo. In una parola, italiano.

Davide Invidia

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